L’incubo inizia presto e vive in famiglia

“È difficile mettere in discussione la relazione con una madre di vetro, fragile e infantile, incapace a sua volta di avere una propria autonomia, una madre che pensa potrebbe spezzarsi qualora venisse disattesa, delusa e abbandonata.”
– Fabiola De Clercq, Donne invisibili (1995).

L’arrivo di un disturbo alimentare è un evento che colpisce l’individuo e la sua famiglia, l’intero nucleo familiare, come un trauma, come un fulmine a ciel sereno, una violenza inaspettata che coglie impreparati e provoca dolore, impotenza, ansia, rabbia.
Tutto nasce dal primissimo rapporto che si instaura nel grembo materno, e il mio non è stato dei migliori. Ovviamente vi chiederete come faccio a sapere queste cose: perché durante il mio anno di ricovero mia madre ha dovuto rispondere ad alcune domande, alle quali ha risposto ingenuamente e con sincerità.

“IO TI HO VOLUTA SOLO PERCHÈ TUO PADRE MI AVREBBE ABBANDONATA”.

Sapete che significa? Sapete che gli input negativi vengono trasmessi attraverso il cordone ombelicale?

I primi anni di vita

I genitori, soprattutto nei primi anni di vita, hanno il compito di accudire e proteggere i propri figli, seguendo le linee di sviluppo dei piccoli prima, e dei ragazzi poi. “Sei forte, puoi farcela da solo” è un incoraggiamento positivo, se adeguato all’età. Diverso, ed inopportuno, è invece dire “Ormai sei grande, devi vedertela tu” o “non si piange! Vergognati, alla tua età”.

Io di parole d’incoraggiamento ne ho sentite davvero poche, per non parlare dei progetti di vita. C’era un rapporto di odio – amore tra me e mia madre, mi sentivo non degna del suo amore, la invidiavo, ero convinta di essere quella sbagliata e di non fare mai abbastanza per compiacerla.

I miei studi erano un dispetto a lei, avrebbe voluto che facessi l’alberghiero ed io l’ho fatto. Chissà che progetti avrebbero voluto per me? Non ho mai provato a chiederlo, in realtà. Lo farò.

I progetti dei genitori e quelli dei figli

Non sempre il progetto ideale di vita di un genitore combacia con il progetto reale dei figli. Questi ultimi non vanno ritenuti prolungamenti del sé, ma individui con intenzioni e desideri che, seppur differenti, meritano rispetto e attenzione. “So io ciò che è meglio per te” non sempre rappresenta il medesimo punto di visto fra genitore e figlio. Io sono madre e mi è capitato di dire queste parole, ma proprio scrivendo questo articolo mi sto rendendo conto di quanti errori ho fatto e sto facendo.

E le difficoltà? Ho sempre nascosto i miei disagi e difficoltà in famiglia, avevo trovato il mio tappo:il cibo. Lo stesso che mia madre mi dava continuamente quando piangevo, il messaggio era “TI DO DA MANGIARE, COSÌ TAPPO LA TUA BOCCA E TU NON ESPRIMI I TUOI SENTIMENTI E LE TUE ESIGENZE”.

Era diventato il mio modo di vivere.

Nel momento in cui si dovessero presentare difficoltà nei figli o in famiglia, occorre creare le condizioni affinché questo disagio possa essere riconosciuto ed espresso, preparandosi all’irruzione nel salotto di casa di tensioni. È meglio evitare la strategia del “far finta” o lanciare accuse, esprimere risentimenti o cercare di suscitare sensi di colpa nel figlio. Ai genitori è consigliato di avere un atteggiamento aperto al dialogo e alle emozioni con frasi come: “Capisco tu sia triste/arrabbiato, possiamo parlarne se vuoi”.

Non ho mai avuto la gioia di ascoltare queste parole. Evitando l’uso di “regole di famiglia” del tipo: “In casa nostra dobbiamo essere sempre sereni”. A fronte di una figlia/o che sta cercando di esprimere un suo disagio, invece di dire: “Ci dispiace molto tu stia male, dacci la possibilità di aiutarti e aiutaci a capire come possiamo farlo” invece molte volte si sente dire “Perché ci fai questo?” o “Io e papà siamo stanchi, non lo vedi? Non è questo il momento per venir fuori con certe cose tue!”.

Il cibo come causa e conseguenza

E il cibo?
Ero la cicciona della famiglia. Quando sono arrivata a pesare 78 kg, mia madre esordi dicendo “IL PASSO AGLI 80 È VELOCE”. Non ci sono mai arrivata neanche in gravidanza.
In tre mesi ho perso 16 kg, arrivando a mangiare un’arancia al giorno.

Quando il rapporto con il cibo è parte preponderante del problema, non bisogna rinforzare ulteriormente l’ossessione sull’aspetto alimentare. A tavola va evitato ogni commento sul cibo. Ciascuno è tenuto a guardare nel proprio piatto e possibilmente a chiacchierare di come si sono svolte le rispettive giornate. È meglio utilizzare frasi come: “Può farti male un altro pezzo di torta, tienilo per domani così lo gusterai di più” invece di  “Se vai avanti ad abbuffarti così, farai la fine di tua zia…”.
Ero l’ingorda…

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